• Mira Genovese

Intervista ad Edoardo Smerilli

Aggiornamento: 20 apr 2021

Edoardo Smerilli è considerato, premi e critiche alla mano, uno dei registi e sceneggiatori emergenti più interessanti del panorama cinematografico italiano. Il suo cortometraggio Mise en Abyme è stato nominato e ha vinto diversi premi tra cui quello come Miglior Film Fantasy/Horror.



Raccontaci un po' di te. Cosa ti ha portato a decidere di seguire questa strada?


«La mia strada è stata dettata, come dico sempre, un po' dal destino, un po' dalla volontà. Io sono nato e cresciuto in un piccolo paese di provincia nelle Marche, molto grazioso d’estate, Porto San Giorgio in provincia di Fermo, sulla costa adriatica; ma che d’inverno non ha quegli stimoli che si possono trovare in realtà italiane più grandi.


Ho avuto la fortuna di aver da sempre masticato cinema perché mio padre è un appassionato. Lui collezionava dvd. Uno dei primi che comprò, me lo ricordo ancora benissimo, era L’attimo Fuggente. Da allora, iniziò a prenderne tantissimi e li vedevamo insieme.


Mio padre era anche un super appassionato di dolby video, perciò aveva preso delle sedie rosse classiche di un cinema che aveva chiuso, un telo enorme di sei metri per sei e un impianto di 5 casse e un sub hoofer, quindi aveva adibito la mansarda al piano di sopra, dal tetto spiovente, ad una sorta di pseudo cinemino.


La mia passione nasce in quegli anni. Io ho mangiato tantissimo cinema; anche se non ho sviluppato subito questa mia forte passione perché volevo far altro, sempre nel mondo artistico. Mi piaceva la moda e dipingere, infatti, fino ai miei 15 anni mi sono indirizzato su quello».


Dal tuo modo di comunicare, verbalmente e non, si riesce a percepire tutta la spontaneità e l’ardore di questa passione.


«E’ proprio quella spontaneità che non voglio perdere e voglio trasmettere. Quando partorisco un’idea o mi innamoro di un qualcosa, è come se tornassi bambino, perché fremo; la voglio vedere realizzata».


Nonostante la giovane età, i tuoi genitori ti permettono, subito dopo la maturità, di fare esperienza all’estero imparando la lingua inglese a Londra dove frequenterai la Oxford House College, prima di iscriverti al DAMS Cinema di Bologna. E’ qui che inizi, accanto allo studio teorico, a sporcarti le mani sul campo producendo il tuo primo cortometraggio. Raccontaci di questa esperienza.


«Si trattava di un’esercitazione per capire concretamente come funzionava. Era tanta la voglia di esprimersi ed è stato entusiasmante vedere per la prima volta il mio nome UN FILM DI EDOARDO SMERILLI associato ad una sequenza di immagini, anche un po' messe a caso, che però erano state girate con la mia ragazza dell’epoca, con i miei amici del DAMS con i quali avevo condiviso la visione di tantissimi film e innumerevoli emozioni.

Era una sorta di distillato emotivo di quegli anni».


Successivamente ti trasferisci a Praga dove inizi un Corso in Sceneggiatura alla Famu, scuola molto conosciuta in Europa, dove vengono selezionati annualmente una ventina di ragazzi provenienti da tutto il mondo.


«Si io venni scelto. Fu un’esperienza formativa basilare. Ogni anno, in quella scuola, bisognava presentare un progetto. Per il mio diploma, ho realizzato, The puzzle, il mio primo cortometraggio sviluppato in maniera più tecnica, con una narrazione e dei personaggi psicologicamente delineati.


Da quel lavoro in poi, ho capito, però, che dovevo andare alla ricerca di cose che sentissi veramente mie.


I miei lavori successivi avranno uno stile, un tono, un taglio completamente diverso. Anche se ben fatto dal punto di vista tecnico, sentivo che non c’era la mia anima, che non mi apparteneva del tutto.


Capisco benissimo la necessità di dare delle direttive da parte della scuola; si trattava pur sempre di un corto di esercitazione; però, da lì, ho capito che dovevo muovermi diversamente. Dovevo sentire le storie e condividerle con personalità che avessero affinità col mio essere; cosa che non sempre avevo trovato in determinati ambienti scolastici e lavorativi».


La differenza tra i progetti che partono dalle tue idee e quelli che invece hanno dovuto subire contaminazioni e imposizioni si nota. Basti vedere il cortometraggio Mise en abyme.


«Credo di sì! A me piace molto dare avvio ai progetti, partendo da una mia idea di base. Mise en abyme nasce proprio in questo modo.


Stavo leggendo degli autori di fantascienza di cui sono molto appassionato; tra questi, Philip K Dick, un autore rinomato per chi ama questo genere e mi sono convinto che sarebbe diventato un ottimo spunto per un cortometraggio. Ne ho parlato con il mio team e l’abbiamo realizzato insieme.


Un progetto complesso che ha richiesto un anno per essere completato. Abbiamo impiegato tanto tempo anche perché abbiamo deciso di coinvolgere degli elementi con i quali non eravamo ancora per nulla pratici; il 3D e gli effetti speciali visivi».


Behind the project: Mise en abyme


«Ho Iniziato, quindi, a scrivere la sceneggiatura cominciando da dei punti della storia.

In Mise en abyme, l’idea di partenza deriva dal finale del racconto di Dick che mi ha attratto moltissimo in cui un uomo verrà catturato e collezionato da un’entità superiore all’interno di un mondo che rimarrà, insieme all’essere che lo cattura, per sempre un alone di mistero.

Nella mia sceneggiatura, l’uomo è, a sua volta, un collezionista di farfalle che tiene dentro a delle teche appese alla parete, di cui sono sempre stato molto attratto; mentre un’entità superiore colleziona gli uomini e verrà a sua volta spento, catturato e collezionato da qualcosa di ancora più alto e inconoscibile.

Ho iniziato descrivendo il personaggio e le sue azioni; quindi ho disegnato uno storyboard delle inquadrature in modo che chi avrebbe collaborato con me al progetto avrebbe capito meglio il taglio, il punto di vista, l’idea che volevo dare. Ho deciso, poi, di passare le mie bozze a un’illustratrice, Elisa Ceteroni, che ha realizzato delle tavole in bianco e nero che mi hanno permesso di presentare il mio corto a determinate realtà di Bologna che già lavoravano con dei professionisti.



Nel frattempo, sono riuscito ad unire dei ragazzi appena laureati, con delle personalità che invece avevano già esperienza nel cinema.

Questa sinergia di personalità mi ha, poi, consentito di lanciare una campagna di crowd founding per ottenere dei soldi ulteriori e di distribuirlo tramite una società, la Premiere Film».


I tuoi successi non si limitano solo ai cortometraggi. All’età di ventotto anni, infatti, hai sentito la necessità di metterti in gioco nella scrittura della sceneggiatura del tuo primo lungometraggio.


«Dopo l’esperienza un po’ travagliata a livello produttivo di Mise en abyme, ho lavorato e fatto esperienza in diversi set cinematografici importanti, generalmente in produzione, come assistente, segretario, a volte anche runner. Avevo voglia di capire come funzionava un set che dura mesi.


Ho lavorato nel set della serie Gomorra, del film Mio fratello rincorre i dinosauri che ha vinto il David di Donatello e prodotto dalla Paco Cinematografica. Ho lavorato anche per Rai Fiction in un film con Matilda de Angelis sullo zecchino d’oro e infine nel 2019, in Diabolik dei Manetti Bros.


In una di queste produzioni, ho conosciuto una personalità importante, tra l’altro del mio paese, il destino!

Dai suoi consigli, ho capito una cosa molto importante; che era il momento di mettere le mani in un lavoro completo, sia dal punto di vista della delineazione dei tratti psicologici dei personaggi, sia di sceneggiatura in sé.

Una storia tangibile, sentita, vera, che a livello di regia superasse Mise en abyme.


Arriviamo, quindi, al mio ultimo progetto girato questa estate, Figlie delle stelle, di cui ho da poco firmato degli accordi con una società di distribuzione, la Elenfant distribution».


Behind the project: Figlie delle stelle


«In questi tre anni, il mio lavoro in produzione non mi ha mai impedito di continuare a scrivere.


L’idea del cortometraggio, Figlie delle stelle, nasce da una raccolta di racconti di situazioni accadute in Italia che parlavano di transumanesimo, nella fattispecie di ibernazione.

una voleva cremarla, l’altra voleva ibernarla. E alla fine quest’ultima riesce ad ibernare il corpo della madre trasferendolo in Russia dove è consentita la criogenesi».


Analizzando i tuoi lavori, si riconosce subito il tuo taglio e la tua volontà rivoluzionaria di portare il genere fantasy di qualità ad essere girato e prodotto in un panorama a volte castrante come quello cinematografico italiano. Tu riesci a percepire di aver raggiunto una maturità artistica tale da riconoscerti in una tua identità?


«Dopo The puzzle, Mise en Abime, Figlie delle stelle, tutti i lavori fatti in pubblicità, mi sento di aver acquisito una mia personale identità e il mio taglio autoriale.


Il mio è un genere noir fantascientifico che unisce due mondi molto distanti tra loro; quello tecnologico-scientifico e quello filosofico-spirituale. I miei cortometraggi non brillano certo di colori, tendono all’inquietudine, alla riflessione catartica, delle considerazioni sulle contraddizioni dell’animo umano. Una volontà di andare oltre la prospettiva piccola dell’essere, a capire cosa c’è al di là. Quello è l’anelito principale che ho sempre ogni volta che abbozzo e scrivo una storia. C’è sempre quella voglia di trascendere in qualche modo sia a livello tecnologico, sia a livello spirituale; c’è sempre una volontà a superare un po' i propri limiti, se stessi».


Lascio per ultima una delle risposte più belle che ho ricevuto da Edoardo Smerilli in questa intervista e che mi ha permesso di riflettere a lungo sul mio lavoro e il settore del marketing e della comunicazione all’interno del quale passo la mia quotidianità professionale.

Qual è lo scopo, il fine di questa tua continua ricerca di idee, molte delle quali sono diventate dei lavori premiati e riconosciuti dalla critica.


«Il mio fine è avere modo di conversare in futuro, in Italia soprattutto, perché è qui che viviamo, con personalità che narrano o producono storie interessanti, cosa che non sempre vedo. La maggior parte del cinema italiano di questo periodo mi annoia; non sto dicendo che in Italia non escano film stimolanti; ma di molte produzioni italiane si potrebbe fare tranquillamente a meno.


Io parlo di rimanere incollati per una sera intera con gli amici a parlare di quanto mi sono emozionato, a tal punto da dire, grazie! Mi hai coinvolto davvero!


Penso ai casi che lo hanno reso possibile e che hanno portato, poi, i maggiori incassi nella storia del cinema. Spielberg, ad esempio, è quasi un bambino. Lui se ne viene fuori un giorno dicendo voglio fare un film sui dinosauri perché quando alle medie ci portavano in gita in quel museo e vedevo questi colossi giganteschi tutte ossa me li immaginavo animati. Lui è andato dal suo sceneggiatore dicendo di aver letto un libro che gli aveva ricordato questo aneddoto e che bisognava scriverne una storia. Lo hanno presentato ai produttori ed è stato un successo planetario!


Jurassic Park è nato dall’amore di un bambino; i soldi sono venuti di conseguenza. Oggi, molto spesso, si fa il ragionamento inverso; è così che si perde l’anima della storia.

Io vorrei che succedesse più spesso in futuro, anche in Italia, dove tutti lamentano la mancanza di una struttura, una preparazione, un indotto economico adeguato».


Non ci resta che augurare al nostro caro amico regista e sceneggiatore di rimanere sempre un bambino appassionato, di conoscere figure con cui interagire e crescere che abbiano lo stesso ardore e che non gli impongano mai di scendere a compromessi e soprattutto di fare in modo che il suo stile e il suo tratto vengano un giorno riconosciuti a livello internazionale e di creare una tradizione fantasy di qualità tutta made in Italy.






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